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La nostra città Âåðñèÿ äëÿ ïå÷àòè Îòïðàâèòü íà e-mail
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Pensate a quante cose può raccontarvi una città vecchia di tremila anni. Ecco,Palermo è una di quelle città. In Sicilia non è l’unica ed alcune altre sono pure molto più vecchie. Ciò che rende unica Palermo sono invece le cose che su di essa sono state pensate e dette in tutto questo tempo. Stiamo parlando di immagini, sentimenti e naturalmente pregiudizi, che a contarli tutti, la città salirebbe senza indugio sul podio più alto del Guinness dei primati!
Tutto questo è naturalmente frutto della sua incredibile storia.
La scalata di Palermo alla sua fama, cominciò un pò in sordina. Nella seconda metà del X sec. a.C. fu base commerciale fenicia. Una città stranissima, disposta intorno ad un grande porto naturale, che si insinuava per qualche chilometro nell’entroterra, perpendicolarmente al mare. Il suo nome antico, Panormus, sembra discendere da un analogo fonema fenicio, che alludeva proprio al suo distendersi intorno agli approdi. Quella grande insenatura, a furia di insabbiamenti naturali ed opere umane, si è ridotta oggi ad un pallido ricordo di ciò che era stata. I palermitani la chiamano la Cala, un’insenatura naturale a forma di fagiolo, oggi porto turistico e peschereccio della città, del tutto staccato dagli altri approdi.
I Fenici mantennero a lungo la loro identità, più di quanto le vicende politiche della conquista romana lascerebbero supporre. Quattro secoli dopo quegli eventi, Apuleio definisce “trilingue” i Siciliani alludendo all’equilibrio fra Latino, Greco e Fenicio. Di quel tempo Palermo non conserva apparentemente nulla, a meno di non osservare con attenzione una piantina del centro della città, quella intorno alla Cala. Vedrete con sorpresa, come le viuzze del centro a dispetto del resto, seguano un andamento curvilineo, all’apparenza senza senso compiuto e senza meta. Ciò è quello che gli storici chiamano “un tipico impianto urbanistico fenicio”; che disegnava sul terreno un sistema viario a chiocciola, in modo da poter meglio difendere la città in caso di invasione nemica.
L’impero universale regalò alla città, lunghi secoli di sonnolenta opulenza. La troviamo alla fine del IV sec. d.C. fra le prime dieci città siciliane, seconda solo a centri come Siracusa o Lillibeum.
La caduta dell’impero d’occidente ridisegna gli equilibri politici del mondo antico. L’isola infatti rimase l’unico pezzetto di impero romano immune dalla rovina generale. La Sicilia godette allora di un lungo momento di ritrovata importanza economica e politica. Palermo, in particolare, vide accresciuta la sua importanza come il porto di riferimento per i traffici commerciali con la penisola italiana ed il sud della Francia. Non senza ironia, Michele Amari osserva che la città, alle soglie dell’invasione araba, era la terza città più popolosa e ricca d’Europa, dopo Siracusa e Catania. 
Gli arabi sbarcarono in Sicilia nell’827 nel lembo occidentale dell’isola, ed impiegarono oltre cent’anni ad avere ragione della resistenza bizantina, che cessa virtualmente con la caduta di Taormina nel 963. La conquista araba rappresenta il secondo strappo della Sicilia alla Storia del resto d’Europa. Infatti, all’opposto dei signori feudali europei, gli emiri arabi disprezzavano il possesso rurale. Essi, al riparo dagli splendidi giardini, coltivavano piaceri assai più raffinati, dai quali non mancava mai la cura delle arti e delle scienze. Questi Signori illuminati abolirono il latifondo in Sicilia, e ripartirono le terre fra i contadini. Non contenti di ciò introdussero un numero davvero incredibile di nuove colture, declinate in altrettante numerose varianti. Questa estrema razionalizzazione delle risorse non aveva alcuno scopo benefico. I siciliani, divenuti liberi cittadini contribuenti, furono tutti iscritti nel Diwan (nome da cui deriva il termine moderno di dogana). Si trattava di una gigantesca anagrafe tributaria, meticolosamente aggiornata, laddove i cittadini cristiani erano soggetti ad una tassazione doppia rispetto ai fedeli. Ciò spiega perché lo stato, non solo vietava le conversioni all’Islam, ma scoraggiava ogni immigrazione dai paesi islamici. Si riproponeva dopo cinque secoli una situazione multiculturale e linguistica, dove una minoranza illuminata aveva imposto un dominio eminentemente politico. Al centro di tutto questo vi era la città di Palermo. Essa acquistò con la dominazione araba una netta preminenza su tutte le altre; condizione questa, che non l’avrebbe più lasciata fino ai giorni nostri.
L’invasione Normanna del 1061 iniziò come una specie di crociata contro l’infedele, con tanto di nobili e cavalieri, servi e monaci salmodianti. Sembrava proprio che sia pure con cinque secoli di ritardo, il medioevo europeo dovesse irrompere anche in Sicilia. Se questo destino fù spostato in avanti di altri duecent’anni, ciò avvenne grazie al genio di un mercenario semi-analfabeta. Stiamo parlando di Ruggero d’Altavilla, gran Conte di Sicilia e fondatore virtuale del Regno. Egli, accortosi delle straordinarie “differenze” siciliane, immaginò di preservarle intatte per sé e per i suoi successori. Così, cambiati in corsa i piani di conquista, si limitò ad aggiungere un gradino al disopra della scala del potere arabo, sul quale egli stesso si assise.
Con grande meraviglia di tutti, gli arabi continuarono ad amministrare l’isola, mentre le funzioni militari furono ripartite fra i Siciliani di estrazione greca bizantina e latina, non prima però di avere licenziato il turbolento esercito mercenario normanno.
Ancora una volta, Palermo si ritrovò al centro di tutte quelle vicende. La città, divenuta la Capitale del nuovo regno, crebbe ancora fino a diventare la più ricca e vasta metropoli europea dell’epoca. A questa straordinaria epopea, appartengono monumenti come la cattedrale di Monreale ed il suo incredibile chiostro o la Cappella Palatina, o ancora le perfette geometrie di Santa Maria dell’Ammiraglio, meglio nota come “La Martorana” e la grande cattedrale di Palermo, solo per citare i più importanti.
La prima caduta del regno di Sicilia del 1266, segna l’inizio della lenta decadenza di Palermo come grande metropoli europea. La città insieme al resto dell’isola, conosce per la prima volta l’arroganza del potere feudale, che irrompeva in Sicilia al seguito del nuovo re Carlo D’Anjou. Il conflitto fra liberi cittadini da una parte e privilegi di casta rozzamente pretesi dall’altra, esplose a Palermo in una splendida mattina di primavera del 1282. L’epopea nota come la “guerra del Vespro” si estese a tutta l’isola con incredibile violenza. In un mese fu trucidato ogni soldato, barone o notabile angioino che non riuscì a fuggire. Malgrado il successo iniziale, I vespri siciliani rappresentarono il canto del cigno delle libertà civili in Sicilia. Il nuovo re di Sicilia Pietro III d’Aragona (Pietro I per i Siciliani); fu chiamato a regnare dai “capitani del popolo” delle città siciliane. Egli aveva il solo merito di essere marito di Costanza di Hohenstaufen, figlia questa di Manfredi e nipote del grande Federico II. Da quel giorno il regno di Sicilia fu diviso in due: gli Angioini nella parte continentale con Napoli come capitale e la Sicilia insulare con Palermo.
Le “due Sicilie” rimasero divise per altri 500 anni, con vicende e dinastie diverse, che inconcludentemente si successero le une alle altre. Palermo fu anch’essa dilaniata dalle lotte fra le fazioni nobiliari, che si contendevano il potere nell’isola. Ma a differenza che in altre città siciliane, I Palermitani mantennero il decoro civile, legandosi nelle “corporazioni delle arti e dei mestieri”: potenti e fortunate associazioni, che in alcuni momenti, ebbero la forza di contrapporsi persino alla corona. Un eco della loro fama rimane oggi nei nomi di molte strade del centro, ciascuna dedicata ad una di quelle. Malgrado i secoli bui questo specialissimo medioevo siciliano, produsse a Palermo capolavori d’arte come l’arioso chiostro della chiesa di Sant’Anna, la vicina basilica di San Francesco o il palazzo Chiaramonte, lo “Steri” per i Palermitani, oggi sede del rettorato dell’Università di Palermo.
Le vicende internazionali legate alla guerra contro i Turchi, dirottarono sulla città una enorme mole di denaro. Sembrò allora interrompersi il lungo declino della città. Essa infatti, visse intorno al XVII sec. un suo personalissimo rinascimento, che coincise con la vastissima produzione barocca della città. Valga per tutti un gioiello come piazza Pretoria e la sua celebre fontana oppure piazza Vigliena “i quattro canti” per la gente di qui.
Nel 1734, le “Due Sicilie” si riunirono sotto Carlo III di Borbone. I Borboni governarono fino al 1860, senza mai riuscire a realizzare qui progetti di modernizzazione della società feudale siciliana tante volte iniziati. In questo quadro e durante tutto l’800, Palermo visse in modo intenso l’influenza di prestigiosi industriali e mercanti inglesi, che fanno della città la base operativa per i loro traffici.
Tutto cominciò nel 1806, quando Napoleone conquistata la parte continentale del regno di Sicilia, vi pone come re il cognato Giacchino Murat. I Borboni fuggono in Sicilia, e da Palermo continuano a rivendicare la sovranità su tutto il regno. In realtà, la Sicilia divenne una specie di protettorato inglese, e Palermo l’unica base navale nel sud Europa non occupata dai Francesi. Gli Inglesi influenzarono a lungo le mode cittadine insieme alla politica del regno, e ciò ben oltre la caduta dei Borboni nel 1860. Di quel tempo ricordiamo un gioiello dell’architettura come villa Whitaker oggi sede della Prefettura, per non parlare del vasto giardino Giardino Inglese di Palermo, universalmente riconosciuto come modello del genere fuori dall’Inghilterra e progettato da Giovanni Battista Basile nel 1851.
Ancora giardino all’inglese sono i 5 ettari voluti da Giuseppe Whitaker nel 1889, intorno alla celebre Villa Malfitano Whitaker. Entrambi gli spazi verdi, si contrappongono idealmente alle composte geometrie del settecentesco Giardino all’italiana, rappresentato a Palermo dal celebre complesso di Villa Giulia ed Orto botanico.
Proprio alla fine dell’800, la città sembra attraversata da un incredibile nuovo fervore sostenuto da ingenti quantità di denaro. Le nuove fortune sono riconducibili in sintesi, al successo di molti Siciliani nel nuovo governo nazionale italiano. Il periodo è quello del Liberty, che a Palermo significa soprattutto riconversione urbanistica. Nascono così capolavori dell’Art Nouveau, come la ristrutturazione del borgo peschereccio di Mondello; il palazzo della Cassa centrale di Risparmi Vittorio Emanuele (oggi Grand Hotel Piazza Borsa); il taglio della via Roma; l’imponente Teatro Massimo, solo per citarne alcuni.
I nostri giorni vedono la fase conclusiva dei progetti di ristrutturazione di uno dei più vasti centri storici del mondo. Una fase questa, che prende idealmente le mosse dal completamento di due grandi progetti: il restauro di Santa Maria dello Spasimo, e la realizzazione del parco del Foro Italico: un nuovo manto verde di quasi cinque ettari, che sorge su un lembo di terra artificiale. Come materiale furono usate le macerie prodotte dai bombardamenti dell’ultima guerra; gettate in mare una sessantina d’anni fa. Oggi la ristrutturazione ed il recupero del centro storico della città, alimentano la speranza, che Palermo riprenda il posto che le spetta fra le grandi Capitali d’Europa.